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Esclusiva, Stefano Meloccaro: “Sinner può diventare il numero uno di un’epoca. Non conta solo il numero di Slam.”

Esclusiva, Stefano Meloccaro: “Sinner può diventare il numero uno di un’epoca. Non conta solo il numero di Slam.”

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Il conto alla rovescia entra nel vivo anche per il tennis e l’attualità sportiva, e questa volta a parlarne su scommesse.io è Stefano Meloccaro, voce di riferimento di Sky Sport e osservatore attento del grande tennis internazionale.

Dagli Australian Open alla rincorsa di Jannik Sinner, passando per il duello con Carlos Alcaraz e l’eterna presenza di Novak Djokovic, fino alla volata scudetto in Serie A: un’analisi lucida tra ranking, infortuni e scenari futuri.

Ciao Stefano, sappiamo che hai affrontato un’operazione al menisco. Come procede il recupero? Quando la rivedremo con la racchetta in mano?”

Se fossi un tennista direi che sono “in preparazione”: mi sono operato al menisco un mese e mezzo fa, quindi per ora me la prendo con calma. Mi piacerebbe ricominciare a giocare a tennis: domani, se non piove, dovrebbe essere il primo giorno in cui torno in campo, diciamo così, a “mostrare bellezza al mondo”. La bellezza del grande tennis.

Parliamo dei freschi verdetti dell’Australian Open, con Alcaraz tra gli uomini e Rybakina tra le donne. Gli italiani sembrano aver reso un po’ sotto le aspettative in quasi tutte le categorie, tranne Musetti, che però si è dovuto ritirare. Secondo lei è un caso, oppure il tennis italiano sta andando verso una leggera flessione?

No, ragazzi, non esageriamo. “Flessione” mi sembra davvero troppo. Abbiamo il numero 2 del mondo, che fino all’altro mese era numero 1; abbiamo Musetti, che è tra i primissimi; abbiamo anche Cobolli che sta crescendo. E speriamo che già da questa settimana torni a giocare anche Berrettini. Quindi no: nessuna flessione. Non possiamo pretendere di vincere sempre gli Slam. Io appartengo a un’epoca in cui, se un italiano vinceva una partita, si faceva festa: si ballava tutta la notte. In Australia è andata semplicemente così. L’unico vero dispiacere è Musetti: era avanti due set a zero contro Djokovic e lì – se non si fosse fatto male – resta un rimpianto enorme, perché probabilmente avrebbe finito per vincere. E a quel punto ce la saremmo giocata tra Sinner e Musetti: avremmo avuto un italiano in finale, quasi sicuramente. Detto questo, i nostri sono comunque una garanzia di arrivare in fondo. Poi, ripeto, non è che possiamo vincere sempre noi. E nessuno ha mai sottovalutato le possibilità del “grande vecchio”… anche se “vecchio” non si può dire, perché è brutto: Djokovic è un highlander. Finché è consapevole di poterci essere, può giocare e fino alla fine può dire la sua. E comunque, con Djokovic puoi perdere: perdere contro uno che ha vinto 24 Slam è qualcosa che può succedere.

All’Australian Open abbiamo visto diversi infortuni: i crampi per Sinner, il ritiro di Musetti, Alcaraz che sembra abbia vomitato in campo. Secondo lei Alcaraz ha ragione quando parla di corpi al limite, oppure le preparazioni atletiche non sono al passo con il tennis di oggi?

No, direi che le preparazioni atletiche sono sempre più perfette. Però è chiaro che, col passare del tempo, il limite si alza sempre di più: come si dice spesso oggi, “si alza l’asticella”. Quindi gli atleti sono sempre più forti, ma viene richiesta una performance sempre più alta. In più c’è il fattore climatico: in Australia non è una novità, perché fa sempre caldo, però è evidente che la somma delle cose pesa. Più alta è la prestazione richiesta, più le partite diventano tirate e tese. E poi, nello specifico, su Sinner non è la prima volta che succede: probabilmente c’è qualcosa da analizzare sulla durata in condizioni climatiche estreme. Quando parlo di durata parlo di endurance: quando si va oltre le tre ore e mezza, quattro ore, quella è una variabile che va valutata. Ma è anche vero, banalmente, che se sei cresciuto in Alto Adige, a 40 gradi puoi soffrire. Poi però scopri che soffre anche Alcaraz, che è spagnolo, e allora capisci che è un tema che riguarda tutti.

Quindi anche un limite “genetico”, diciamo, per Sinner?

Sì, ma si allena tutto. E sono portato a credere – come diceva il grande Rino Tommasi – che probabilmente soffra di più il caldo uno nato in Alto Adige rispetto a uno nato a Murcia. Però, detto questo, alla fine il caldo lo soffrono tutti.

Quali sono, secondo lei, le possibilità di Sinner nella rincorsa al numero 1 del ranking nei prossimi tornei, vista la forma mostrata in Australia? Sa che l’anno scorso, in questo periodo, lui era condizionato dalla squalifica; e anche Alcaraz deve difendere pochi punti.

Sai, a me il discorso della classifica interessa relativamente. È ovvio: è più bello essere numero 1 che numero 2. Però non mi “infastidisce” essere numero 2. A me interessa che Sinner arrivi in fondo e magari vinca i tornei. Adesso ci sono circa 3.300 punti di distanza: non sarà facile colmarli. Però la classifica è una conseguenza di ciò che succede in campo. Dovremo abituarci a grandi avvicinamenti tra numero 1 e numero 2: di sicuro c’è molta più differenza col numero 3. Oggi il numero 1 e il numero 2 sono molto più forti del terzo: in realtà il 3, il 4 e il 5 sono molto più indietro rispetto ai primi due.

Quindi non si può dire come postulato che Alcaraz sia più forte di Sinner solo perché ha più Slam? Sinner può ancora diventare il numero uno di quest’epoca?

Certo. Però dobbiamo anche stabilire che cosa intendiamo per “numero uno di un’epoca”. Se ci affidiamo solo alle vittorie e agli Slam, allora sì: è perfettamente in corsa. Ma i criteri possono cambiare: tu puoi averne uno, io un altro. È una chiacchiera da bar del tennis, ma ti faccio un esempio: Federer, secondo me, ha segnato gli anni 2000 pur avendo vinto 20 Slam, magari più di Nadal e Djokovic che ne hanno vinti 22 e 24. Perché? Perché era più bello, mi piaceva di più, mi affascinava di più. Tu, al contrario, puoi dirmi: “No, io sono affascinato da Djokovic: uno che vince 24 Slam e ancora a 39 anni arriva in finale e batte in semifinale uno che ha 15 anni meno di lui, è il più forte”. Sono due posizioni legittime. Io non farei solo la conta delle medaglie: non metterei sulla bilancia solo gli Slam per dire “quello con 24 è il numero uno, quello con 22 è il numero due, quello con 20 è il numero tre”. Ci sono tante altre cose che i giocatori lasciano. Detto questo: Djokovic è un fenomeno assoluto. È il più vincente della storia.

La mia ultima domanda sul tennis riguarda proprio Djokovic, che compirà 39 anni a maggio. In un suo video ha accennato alla questione: quante possibilità ha di ritirarsi a breve con un trofeo importante in mano, considerando l’età e anche le superfici dei prossimi tornei?

Se penso a Djokovic lo vedo più vincente a Wimbledon, sull’erba, che al Roland Garros, sulla terra. Però ripeto: io ho un’adorazione per Djokovic perché dimostra ogni giorno una voglia smisurata di esserci, di continuare a lottare, di non darsi per vinto anche quando deve battere due ragazzi che hanno 15-16 anni meno di lui. Il problema oggi è questo: se batte uno – come è successo in Australia – poi lo riesce a battere anche il secondo dopo pochi giorni? E lì diventa durissima. Però sono convinto che Djokovic abbia una profondità di tennis enorme: conoscenza del gioco, conoscenza di sé – sono vent’anni che è nel circuito. Finché gioca, significa che sa di avere una chance. E agli Australian Open ce l’ha dimostrato. Secondo me, per tutto quest’anno, un colpo in canna ce lo può avere. Te lo dico a Wimbledon, te lo dico agli US Open; un po’ meno in Francia. E poi l’altro giorno, uscendo dal pattinaggio di figura, ha rilasciato una breve intervista camminando e, quando gli hanno chiesto delle Olimpiadi 2028, ha risposto: “Mi farebbe piacere esserci”. Capisci? Noi parliamo del suo ritiro e lui pensa alle Olimpiadi tra due anni. È una cosa… non puoi non esserne affascinato.

Cambiando sport: la corsa scudetto adesso è completamente indirizzata verso l’Inter o, con il ritorno della Champions League, Napoli e Milan possono ancora dire qualcosa?

Basta dare uno sguardo alla classifica. L’Inter oggi ha otto punti di vantaggio, anche se il Milan ha una partita in meno. Io direi: sicuramente Inter e Milan, ma non trascurerei una minimissima chance del Napoli. Juventus e Roma, direi proprio di no. La Champions conta, ma la logica favorita per lo scudetto oggi è l’Inter: per personalità, per numeri – guardando la classifica – e per costanza di rendimento durante tutta la stagione. Detto questo, complimenti al Milan: considerando la mini-rivoluzione fatta con Allegri, tutto sommato non mi pare che i tifosi possano lamentarsi troppo.

Una battuta sulla situazione della Lazio: le vendite di gennaio, lo stadio vuoto, la contestazione perenne?

Io non ho mai nascosto le mie simpatie laziali. Continuo a pensare che ci sia un po’ di “tafazzismo” in tutto questo. Al di là del mercato, la Lazio con la Juventus ha giocato una partita di grande personalità e ha dimostrato che, con quelli che ha, può togliersi comunque qualche soddisfazione. È chiaro che tifosi e ambiente accusano il presidente, sostanzialmente, di non poter sognare mai: la Lazio non può immaginare di vincere uno scudetto oggi. Però i bilanci sono a posto e si va avanti così da 20-25 anni. Detto questo, io contesterei dalla domenica sera a mezzanotte fino alla domenica pomeriggio alle tre. Ma contestare la squadra mentre gioca mi sembra una forma di autoflagellazione che non riesco a concepire. Io concepisco la contestazione durante tutta la settimana: fai la manifestazione (ovviamente pacifica), metti gli striscioni, mostra il disappunto. Ma quando si va allo stadio la domenica si tifa, si sostiene. Nel mio mondo sportivo non esiste non andare a vedere la partita o – come è successo in qualche caso – e stare zitti. È una cosa controintuitiva. Secondo me non può esistere.